Newsletter n. 10

 28 Aprile 2020

CURA     e     SOLIDARIETA’

 Sono le due parole che abbiamo sentito più frequentemente in questo mese di Aprile: esse formano una coppia inscindibile, un’entità duplice, un uno formato da due, una non può stare senza l’altra.


Ora, se esaminiamo l’etimologia di queste due parole, ne cogliamo meglio il vero significato e lo stretto legame, capiamo meglio chi siamo noi.

La parola cura affonda la sua profonda radice nell’indoeuropeo; indicava e indica l’osservare l’altro con premura intervenendo con responsabilità: prendersi cura di qualcuno, di qualche cosa.

La cura è preoccupazione, dedizione, si nutre di empatia, sente le sofferenze di chi sta male e ha bisogno, prova compassione e interviene in aiuto degli altri: è madre e figlia della solidarietà.

Anche solidarietà è una parola antica: deriva dal latino solidus (= solido) e sta a indicare quel sentimento forte, capace di tenere coesa una società nella mutua assistenza, nella fratellanza, proprio come un solido geometrico che è compatto e tiene insieme tutte le sue parti.

Senza rapporti di fratellanza e di cura reciproca, la società diventa fragile e si disgrega.


Adam Smith, scozzese del XVIII secolo considerato il padre dell’economia del libero mercato, sottolinea, nel suo importante testo Teoria dei sentimenti morali, che gli uomini si muovono spinti non solo da egoismo e interessi di guadagno, ma anche da motivazioni etiche: si specchiano gli uni negli occhi degli altri, si preoccupano per gli altri, provano quei sentimenti di sympathy che portano a vivere in società, a sentire compassione e partecipazione per la sofferenza e la miseria altrui.


E’ esperienza comune: noi diventiamo sensibili e solidali quando nello sguardo degli altri troviamo il nostro io interiore.

La cura e la solidarietà sono insite nella natura umana e stanno alla base della medicina e dell’economia: infatti, la medicina si prende cura della salute dell’uomo difendendolo dalla morte precoce; l’economia, come dice la parola stessa, è cura/gestione della “casa” (intesa in senso lato) per farla prosperare tenendo lontana la miseria.

 L’umanità nella sua lunga storia ha sempre cercato di fuggire dalla morte prematura e dalla povertà, come illustra Angus Deaton, Nobel per l’economia 2015, nel suo libro La grande fuga.


Ritorniamo a oggi, alla pandemia che persiste con le due principali emergenze: sanitaria ed economica, strettamente legate.

   All’infezione del virus si unisce l’aumento delle povertà e delle diseguaglianze, perché durante le crisi i precari diventano poveri e il ceto medio si indebolisce.


La situazione della sanità in Italia è sotto gli occhi di tutti: negletta e svilita prima, ora osannata per il senso del dovere e lo straordinario impegno profusi dalle persone che vi lavorano.


E la situazione economica?

 Già prima del Covid-19 l’economia non stava bene: instabile, iniqua e inquinante, ha inferto gravi ferite all’ambiente, creato eccessive e quindi inefficienti diseguaglianze, causato fame e conflitti.

Ora sta molto male, è sotto shock, speriamo temporaneo.


Le nostre abitudini sono state rivoluzionate, non potremo più ritornare alla vita di prima.

Incominciamo a riflettere in modo nuovo sul vecchio modello di sviluppo, sui problemi dell’uomo e dell’ambiente. Non basta il Pil per indicare il benessere, il mercato non è l’unico attore della complessa vita economica del nostro tempo: il mercato è paragonabile al fuoco, utile per la vita ed efficiente nel far girare l’economia, ma  pericoloso se lanciato a briglia sciolta senza controllo.

 Noi tutti siamo ben coscienti dei pericoli incombenti sul piano ecologico, sociale e finanziario.

Dobbiamo scegliere con coraggio e responsabilità l’economia della consapevolezza e della sostenibilità, che ci consenta di vivere in armonia con tutti gli altri esseri umani e con la natura entro i limiti biofisici del Pianeta; mettiamo al centro la cura e la solidarietà, che sono alla base della ricerca scientifica e della cooperazione, quindi, dello sviluppo e della fioritura delle persone.


Cura e solidarietà  hanno ispirato il sogno pragmatico di Paul Harris verso gli altri, verso il bene comune, ovvero gli ideali del servizio al di sopra di ogni interesse personale e della comprensione fra i popoli.

 Sul tema dell’etica nell’esercizio degli affari, del conflitto tra avidità e generosità il dibattito è sempre stato presente nella storia del Rotary: si può praticare la famosa business ethics?


Ne abbiamo luminosi esempi: l’etica è l’unica strada per la salvezza.

La solidarietà non va ridotta alla donazione materiale che pure è necessaria.

Cerchiamo di concretizzarla qui e ora nella cura e nella preoccupazione verso gli altri. Quali altri?

La solidarietà deve essere globale, dice lo storico israeliano Yuval Noah Harari, come è globale questa crisi sanitaria che ci colpisce e ci trasforma.

Solo la cooperazione, lo spirito comunitario, lo sforzo per una migliore globalizzazione ci possono liberare dalle conseguenze economiche e sociali di questa pandemia.

Non certo i confini e i conflitti fra le nazioni che isolano.

L’endiadi  cura e solidarietà nelle sue filiazioni, medicina e economia, è il grande potenziale congenito dell’essere umano.


Se siete giunti fin qui nella lettura, potete concludere con un mito degli antichi Romani che consideravano la Cura una dea, come ci tramanda Igino in una della sue Fabulae, che qui vi propongo in sintetica versione: la potete comodamente trovare nella Rete.


Un giorno Cura prese dell’argilla da un fiume e pensierosa modellò la figura di un uomo.

Poi chiese a Giove, il padre degli dei, di infondere lo spirito vitale in quella scultura appena plasmata.

Successivamente, siccome Cura voleva imporre il suo nome alla creatura, Giove si oppose proponendo invece il suo.

Il contrasto si acuì quando intervenne anche la dea Terra rivendicando il suo nome poiché sua era la materia.

Fu chiamato, quale giudice della controversia, Saturno che così stabilì: alla morte di questo essere, il suo spirito sarebbe ritornato a Giove, il corpo alla Terra; invece Cura che lo aveva plasmato doveva possederlo e sostenerlo per tutta la vita.

Il nome sarebbe stato homo perché creato dall’humus.                                     


Questa favola antica fu ripresa dal filosofo Martin Heidegger, esponente dell’esistenzialismo tedesco, nella sua opera Essere e tempo: la cura è struttura della nostra esistenza.

Infine, (ri)ascoltate la canzone di Franco Battiato, intitolata appunto La cura.


                                                                                                                                  Margherita

 

Newsletter n. 9

 10 Aprile 2020

L’emergenza Covid -19 colpisce la vita di tutti, soprattutto dei più piccoli.

Su questo aspetto propongo insieme con i nostri soci che lavorano nella scuola - Irene Bottero, Daniela Franco e Carmine Maffettone - una riflessione, nell’intento di non lasciar cadere i fili che il nostro Club ha intrecciato con la scuola mediante il progetto Pane per i tuoi denti, la cui referente, la maestra Caterina Marengo, mi fa piacere coinvolgere.

Sul nostro grande progetto Pane per i tuoi denti, realizzato al 99% perché eravamo partiti solleciti a Settembre, ritorneremo quando i nostri  medici-odontoiatri-farmacisti-biologi, che vi hanno profuso tempo ed energie partecipando alle assemblee dei genitori e svolgendo lezioni in aula, saranno meno gravati da questa pandemia.


Ora ci soffermiamo sulla SCUOLA  che d’improvviso CHIUDE  le  PORTE: bambini e adolescenti non possono più entrare nelle aule.

Allora la scuola va a casa loro mediante le nuove tecnologie.

Semplice? Per nulla!

La didattica a distanza richiede agli insegnanti nuovo impegno e maggior fatica: mettersi in gioco, destreggiarsi fra piattaforme diverse, individuare priorità, preparare lezioni, adottare nuovi metodi, correggere, prendersi cura, coinvolgere, incoraggiare, valutare in un’ottica formativa facendo capire che anche dall’errore si può imparare e che si studia non per la promozione ma per se stessi, per il proprio futuro.

 Il tutto secondo nuove modalità: da lontano, restando ognuno a casa sua, con la strumentazione disponibile nelle varie famiglie, a volte molto diverse fra loro.

E’ una sfida per la scuola, in primis per gli insegnanti.


La classe ora non c’è più: un danno psicologico soprattutto per i più piccoli, per i più fragili e per quelli che vivono in famiglie conflittuali; i quali sovente si sentono smarriti perché hanno più bisogno di socializzazione e di relazioni.

Inoltre la classe è un aiuto per l’ appredimento di tutti, perché è un organismo vivente dove le intelligenze si connettono, si supportano e si sviluppano insieme.


Per fortuna, c’è il Web che ci mette in contatto, ma il Web non sostituisce la vicinanza sui banchi. E’ solo uno strumento, per quanto potente e sofisticato, nelle mani degli insegnanti.

La domanda che allora si impone è: come viene usato? 

La didattica digitale non è automaticamente efficace, non è miracolosa, è solo un mezzo da usare in vista del vero fine: aiutare l’alunno a crescere, a sviluppare la propria intelligenza, cioè quel potenziale ricevuto dalla sua storia naturale.

Allora è l’insegnante che fa la differenza quando con metodi adeguati e relazioni positive aiuta l’alunno a fare di più di quanto farebbe se fosse lasciato solo.

L’insegnante con la sua competenza, con la sua flessibilità e creatività sceglie metodi nuovi e accompagna la crescita degli alunni, ne nutre il cervello stimolandone le connessioni, la memoria, le emozioni, la motivazione; l’insegnante, come dice la parola stessa, lascia un segno nell’allievo mediante la conoscenza, la relazione, il contatto, il feedback, il sorriso.

Chi vuole approfondire il legame fra apprendimento ed emozioni può vedere nella Rete gli interventi di Daniela Lucangeli, autrice del progetto SORRIDOIMPARO.


Ecco le due parole cruciali e fra loro legate: l’apprendimento dell’alunno e il sorriso dell’insegnante, quel sorriso che è necessario perché fa bene, suscita emozioni positive, dà ristoro e benessere, consente il recupero di energie e incoraggia a rialzarsi dopo un insuccesso.


Il desiderio di imparare è innato in noi: lo vediamo già nel bambino che vuole imparare a camminare, a parlare e chiede sempre perché.

Ma questo desiderio naturale si soddisfa solo percorrendo, anno dopo anno, la strada faticosa dello studio, dove si incontrano, accanto alle gratificazioni, anche difficoltà e frustrazioni che vengono dall’esterno e dall’interno della stessa persona.

Quindi quel desiderio rischia di affievolirsi; pertanto va sostenuto e alimentato da un mediatore, da un insegnante che sappia allearsi con l’allievo, motivarlo e incoraggiarlo con la sua competenza, con la sua passione ed empatia.


Gli alunni, anche nel guscio della loro casa, hanno bisogno  della presenza di bravi insegnanti che credono in quello che fanno, che sanno stimolare la razionalità, suscitare interesse e… che sanno sorridere: perché il sorriso dell’insegnante genera emozioni positive che fanno andare avanti, esprime fiducia, aspettative positive. E l’alunno percepisce, anche in maniera inconscia, questa predizione positiva e viene spinto a impegnarsi di più.


Sul significato potente del sorriso il poeta Virgilio più di 2000 anni fa scrisse un famoso e discusso verso (Cui non risēre parentes) per dire che un bambino non cresce felicemente se non ha ricevuto il sorriso dei genitori.


                                                                                                     Margherita